
Antonio Chiavegato con la figlia
Antonio Chiavegato è nato a Bovolone in provincia di Verona il 17 gennaio 1950, dove vive. È stato a Saluzzo nei giorni scorsi per ritrovare vecchi amici e per la ‘Festa della vita’. Ha fatto il volontario per 15 anni in Kenya.
I suoi genitori?
Mio padre Remo era rimasto orfano di padre a 14 anni, mia nonna era la bidella della scuola e scriveva le lettere per le ragazze e le mogli che avevano fidanzati e mariti impegnati nella prima guerra mondiale. Mio padre era Alpino e si fece Francia, Albania, Grecia e venne deportato nei campi di lavoro a Mauthausen, fino alla fine della guerra. Non
parlava mai di questa terribile esperienza! Mia madre Ernesta, donna di tanta fede, tutte le mattine andava alla prima Messa delle cinque e così, quando diventai chierichetto, l’accompagnavo anch’io. Mi hanno dato tanto: l’amore per le piccole cose, la voglia di guardare la gente, di sentire i profumi della natura, di avere sempre fiducia, nonostante le difficoltà della vita.
Le scuole?
Mi sono fermato alla terza media. A quei tempi era già un bel risultato, avrei voluto continuare, amavo la letteratura e la matematica, ma avrei dovuto andare a Verona.
Come è nato il suo impegno in Africa?
Dopo il servizio militare, incominciai ad impegnarmi nell’Azione Cattolica Ragazzi. Una esperienza unica e ancora adesso quei ragazzi, ormai sessantenni, quando m’incontrano mi ringraziano: e io mi emoziono! Era un momento di grande fermento nella Chiesa post Conciliare, con tanta creatività in tutti i campi, voglia di condividere, voglia di giustizia, di capire meglio le altre persone… A quei tempi alcuni miei amici avevano contattato la Lvia di Cuneo. A novembre del 1977 andai a Cuneo con uno di questi miei amici, mi interessava questo nuovo modo di essere accanto alla gente più ‘povera’. Conobbi don Aldo Benevelli: sacerdote piccolo di statura che ogni tanto si toccava il mento, gli occhi azzurri, la battuta pronta con sempre dei libri sottobraccio! Parlammo, ma neanche molto, della Lvia, mi invitò a tornare che ci saremo capiti meglio. Avevo molti impegni, eppure dopo un paio di settimane ero a Cuneo e cominciai a conoscere un po’ meglio don Aldo: mi piaceva la sua voglia di andare oltre, di essere avanti come aveva chiesto Paolo VI con le sue Encicliche. La realtà della Chiesa veneta era molto diversa da quella piemontese e piano piano si apriva qualcosa nella mia testolina. Decisi così di iniziare il corso di preparazione per un eventuale servizio di volontariato in Africa. Non dissi niente a casa, i miei genitori erano mancati in un mese tutti e due nel 1970, avevo un fratello ed una sorella ed eravamo molto uniti. La scelta del volontariato maturò in modo semplice.
Che ricordi ha di don Aldo?
Il mio rapporto con don Aldo è sempre stato ‘normale’, poi ho cominciato ad apprezzarlo quando sono partito per l’Africa. I sacrifici che faceva... non c’erano soldi e lui non aveva paura di niente... apriva nuovi progetti e tutti gli davano del pazzo! Imparai ad apprezzarlo per quello che era (anche con i suoi difetti) e per il suo combinare un guaio al giorno, il suo dire sempre di sì a chi chiedeva ulteriori impegni da parte nostra. Lui non perdeva mai la Speranza, te la faceva vedere e tu ne rimanevi affascinato. Don Aldo mi ha dato tanto e io gli devo tanto!
Quanto è stato in Kenya?
Sono stato in Kenya per 15 anni, dal 1978 al 1986 e dal 1988 al 1995. Per 5 anni economo dell’ospedale di Tigania: esperienza toccante, la gente che ti moriva tra le braccia, dovevamo seppellire i morti perché nessuno li veniva a prendere … La vita comunitaria con gli altri volontari, le difficoltà del vivere insieme, lo scopo era comune e la Speranza era comune! Per 10 anni ho collaborato con fratel Argese missionario della Consolata, prima nell’organizzazione della manutenzione di uno dei più grossi acquedotti del Kenya e poi (con altri volontari Lvia e la Diocesi di Meru) nella costruzione di acquedotti e pozzi. Non avevamo un soldo, poi arrivarono anche i fondi e molte donne del Meru ebbero l’acqua più vicina a casa, molte iniziarono ad usare l’acqua piovana raccolta con i contenitori che avevano imparato a costruire con l’aiuto dei volontari Lvia. Io mi occupavo della parte amministrativa. In una zona arida
si dette iniziò ad un programma integrato di medicina preventiva, esperienza molto bella e condivisa con tanti volontari!
Dove ha conosciuto sua moglie?
A Tigania ho conosciuto mia moglie Antonietta, era ostetrica in Ospedale. A fine 1982 ci siamo sposati (con due riti) ed abbiamo poi avuto sei figli: una donna speciale che mi ha aiutato molto, è mancata nel 2009. Nel 2015 ho perso mio figlio Pietro di 25 anni, soffriva di attacchi epilettici: tutti mi sono stati vicini, soprattutto gli altri figli. Momenti molto duri e difficili, ma ho avuto la fortuna di avere il sostegno della famiglia con tanto amore attorno a noi!
In Italia che ha fatto?
Siamo tornati in Italia nel 1995, ci sembrava giusto dare la possibilità ai nostri figli di scegliere il loro futuro. Alcuni miei amici avevano continuato il loro impegno dando inizio ad una Cooperativa sociale di falegnami e intarsiatori (dove anche persone disabili potevano impegnarsi) e della quale sono stato per un periodo presidente: un’altra esperienza che mi ha arricchito molto!
Perchè l’impegno per gli altri?
Non ho fatto fatica ad impegnarmi per gli altri e con gli altri: tutto è stato naturale, grazie agli incontri fatti nella vita! Mia moglie ed i miei figli, con le loro difficoltà, mi sono sempre stati vicini ed è molto merito loro se tutto mi è venuto facile. Mi mancano mia moglie Antonietta e mio figlio Pietro, ma mi hanno dato tanto... Come potrei essere arrabbiato con Dio? Mi è sempre stato vicino, con la sua semplicità (come diceva don Aldo): mi ha donato i miei cari, la gente del Kenya, le mie esperienze di vita.

Antonio Chiavegato nel giorno del suo matrimonio africano vestito da guerriero.