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Sabato 3 dicembre 2022

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Facevano entrare illegalmente in Italia cuccioli di cane provenienti dall’Ungheria

A giudizio il proprietario dell'allevamento e quello del capannone dove veniva custoditi i cuccioli

La Guida - Facevano entrare illegalmente in Italia cuccioli di cane provenienti dall’Ungheria

Cuneo – E’ arrivato alle battute finali il processo scaturito dall’operazione ‘Nero Wolf’ sul traffico illegale di cuccioli di cane provenienti dall’Ungheria. Imputati al processo sono D.M.,  proprietario dell’allevamento ungherese da cui venivano i cuccioli e C.B. il proprietario di un capannone a San Pietro del Gallo dove gli acquirenti si erano recati per acquistare i propri cuccioli che però secondo l’accusa erano entrati illegalmente in Italia. A lui erano inoltre stati contestati i reati di frode in commercio, esercizio abusivo della professione e riciclaggio. Tutta l’inchiesta era partita da alcuni acquirenti che avevano denunciato le cattive condizioni di salute dei cuccioli e si era estesa anche ad una veterinaria, che aveva scelto il patteggiamento, nel cui studio medico erano state trovate 167 schede anagrafiche bianco, con la sua firma, associate all’allevamento di C.B. Era stata la segretaria dello studio a dichiarare al giudice che spesso veniva C.B. a prelevare le siringhe per inoculare il microchip, attività che avrebbe dovuto eseguire il veterinario. In aula sono stati chiamati a testimoniare tutti e 42 i proprietari dei cani di razza Cavalier King, Bulldog francese e Chow Chow su cui gli inquirenti avevano eseguito il prelievo del pelo, e da cui era emerso che non c’era riscontro genetico tra quei cuccioli e le femmine adulte presenti nella struttura e che C.B. spacciava come madri. Tutti i clienti pagavano il proprio cucciolo in contanti senza alcuna ricevuta fiscale. A conclusione dell’istruttoria, il pubblico ministero, ritenuti provati tutti i reati contestati, ha chiesto la condanna per D:M. A 11 mesi e 12mila euro di multa, mentre ha chiesto per C.B. la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione. La difesa di quest’ultimo ha sottolineato invece il fatto che da nessuna delle testimonianze era emerso che gli acquirenti fossero certi che i cani fossero italiani e che questo inoltre non provava che venissero dall’Ungheria. Secondo la difesa le stesse intercettazioni avevano dimostrato che non c’era alcuna serialità nella condotta dell’imputato, testimoniata dal fatto che in alcuni casi la vendita dei cuccioli era stata rinviata per l’indisponibile della veterinaria a recarsi presso l’allevamento a mettere il microchip. Per questo motivo ha chiesto l’assoluzione del proprio assistito così come il difensore di D.M., che ha sottolineato come l’unica testimonianza del rapporto tra il suo assistito e C.B. veniva dalla ex moglie di quest’ultimo, la quale in merito si era contraddetta più volte. Conclude le arringhe delle parti, il giudice ha rinviato per le repliche e la sentenza all’udienza dell’11 luglio.

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