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Giovedì 9 dicembre 2021

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Macchinario sparito, a processo per appropriazione indebita

Un impianto per il recupero di metalli, venduto ma mai pagato, e anzi con richiesta di affitto e forse rivenduto

La Guida - Macchinario sparito, a processo per appropriazione indebita

Cuneo – Avevano avviato un’attività di recupero di metalli preziosi da componenti elettroniche di telefoni e computer e per farlo avevano comprato tutti i pezzi occorrenti ad assemblare un impianto di incenerimento. Le pratiche per ottenere il via libera dall’Arpa si fecero però lunghe, complesse e costose e così marito e moglie (lei amministratore delegato dell’azienda e lui responsabile tecnico) decisero che avrebbero rinunciato e messo in vendita l’impianto. Tramite un amico vennero presentati a C. M., l’attuale imputato per appropriazione indebita al tribunale di Cuneo. L’uomo visionò più volte l’impianto, da solo e con il socio, e alla fine decise di acquistarlo per trasferirlo ad Alessandria per un prezzo pattuito già rateizzato superiore ai 200.000 euro. Nel giugno 2016 venne a caricarlo e sulla bolla d’accompagnamento fece scrivere “deposito gratuito”. “Mi disse che questa dicitura sarebbe stata più comoda per la sua ditta e mi lasciai convincere”, ha riferito in aula la parte offesa del reato costituita in giudizio. Passarono i mesi ma le rate dell’impianto non vennero pagate nonostante fosse stata emessa regolare fattura. Dopo numerosi tentativi andati a vuoto, la coppia di imprenditori cuneesi riuscì a raggiungere telefonicamente C. M., il quale negò di aver acquistato l’impianto ma di averglielo solo tenuto in deposito e che avrebbero dovuto quindi pagargli 20.000 euro per l’affitto del capannone dove era stato collocato. La coppia si disse disponibile anche a pagare questa cifra pur di riavere l’impianto, ma C. M. sparì senza più farsi trovare. “Andai anche ad Alessandria – ha proseguito il suo racconto la parte offesa – ma all’indirizzo che avevano scritto sulla bolla trovai il municipio di Alessandria. A tutt’oggi non sappiamo che fine abbia fatto il nostro macchinario”.
Dal canto suo l’imputato ha rigettato tutte le accuse, sostenendo che i due truffatori erano marito e moglie che non gli avevano pagato il deposito del macchinario e che ora lui non sapeva dove era finito perché era un impianto scadente e forse il suo socio lo aveva fatto demolire. A sorpresa però la difesa ha portato in aula a deporre anche il referente tecnico e il titolare di un’azienda di forni industriali nel milanese, i quali hanno dichiarato di essere stati contattati dall’imputato per acquistare quello stesso impianto. I due testi hanno riferito al giudice che avevano anche realizzato uno studio sul funzionamento di quel macchinario, ma che poi glielo avevano restituito perché la tecnologia che utilizzava era obsoleta. Il processo è stato rinviato al 20 gennaio per ascoltare, su richiesta del difensore, anche il socio dell’imputato.

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