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Martedì 18 maggio 2021

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Mondovì, la sua comunità e il dilagare dell’epidemia

“La peste e la città”: 1630 e 2020 lo smarrimento, le paure e gli errori nel combattere il contagio

La Guida - Mondovì, la sua comunità e il dilagare dell’epidemia

Una minaccia che arriva da lontano preceduta da un rumoreggiare incontrollato di notizie, la sensazione presto nata che il male si annidi in ogni angolo delle strade, la chiusura di città poi delle persone, il ribollire di rabbia mentre il contagio dilaga e si brancola impotenti: non è la descrizione dei mesi che stiamo vivendo ormai da tempo. È invece l’esperienza di una città, Mondovì, che nel 1630 torna a sperimentare un’epidemia di peste.
La cronaca, che mese per mese ricostruisce quell’anno con il gonfiarsi della malattia, è redatta da Cesare Morandini ricorrendo agli Ordinati del Consiglio comunale del tempo “segretamente sperando – confessa l’autore – di trovare delle profonde, imprescindibili differenze” con l’oggi.
È un incalzare di notizie che presto sconvolgono una città che è “una specie di Stato autonomo nello Stato sabaudo”. Il duca Carlo Emanuele I vi ha appena celebrato le sue nozze. Per l’occasione Mondovì tra cortei allegorici, fuochi artificiali, divertimenti quotidiani ha assunto quasi il volto di una “piccola Parigi”. Addirittura il governatore inviato da Torino ora giura di rispettare le autonomie locali “come se fosse un ospite”.
Nel 1630 la città vive lontana dai problemi politici e relative guerre che scuotono il ducato dei Savoia con una Francia che ha ormai varcato i confini in armi. Lontana è anche la peste che si è presentata già nel gennaio 1629 a Torino. A Mondovì si comincia a vociferare che il vescovo Argentero nel marzo 1630 sia morto di peste. Sono voci cui non si dà gran peso. Il problema urgente è la carestia dell’anno precedente che ora presenta il conto. Così lentamente, ma inesorabilmente le notizie dei contagi si fanno sempre più insidiose, sempre più vicine con masse di persone che dalla pianura ormai infetta si accalca alle porte.
“Nessuno ha ancora visto in faccia la peste”, ma si comincia a correre ai ripari. Espulsione di “tutti li poveri mendicanti forastieri”, poi rafforzamento del controllo in entrata, limitazione anche nelle scuole, infine sospensione per quanto possibile dei commerci. Quella che prima era una questione di altri, ora fa paura. Anche all’interno di alzano mura ben visibili tra la zona alta benestante e i quartieri più poveri.
Solo ad agosto la presenza della peste viene riconosciuta ufficialmente, ma ormai sta dilagando. Ed è una progressione continua di provvedimenti per lo più vani: solo la quarantena è efficace antidoto. Devono passare tre mesi per intravedere qualche timido risultato: allora si ipotizza qualche possibilità di ripresa della vita, ma anche qui il morbo è in attesa e la seconda ondata arriva il primavera.
I documenti sottesi a questa cronaca non prendono mai il sopravvento nel racconto che risulta scorrevole e coinvolgente, attento ai risvolti sociali e umani. È nelle pagine conclusive che l’autore si preoccupa di realizzare quel paragone con l’oggi che suggeriva all’inizio. Allora non può che registrare gli stessi errori, le stesse paure, le stesse convinzioni diffuse, allora voci oggi fake news, pur aprendo a un’insolita conclusione.

La peste e la città
di Cesare Morandini
Cooperativa Editrice Monregalese
9,50

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