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Martedì 12 novembre 2019

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Visto con voi: Giovanni Lindo Ferretti all’Hiroshima

La Guida - Visto con voi: Giovanni Lindo Ferretti all’Hiroshima

Chi ebbe la fortuna di conoscere i CCCP-Fedeli alla linea fin dagli inizi della loro carriera, capì da subito che non si trovava di fronte ad un’ennesima band alternativa. Chi da queste parti, ad esempio, a metà anni ’80, si trovò ad assistere al loro primo show nella Granda, al Macabre di Bra, o alla leggendaria esibizione alla Festa dell’Unità di Cuneo (in corso Monviso), non poteva sapere ancora che quel gruppo emiliano avrebbe cambiato il volto del rock italiano, eppure la consapevolezza di partecipare a un evento culturalmente epocale fu immediato per molti, forse per tutti. Presto, la band e il suo “punk filosovietico” divennero dei beniamini del popolo del rock alternativo, grazie a album diventati subito dei classici come “Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi” (1985) o “Socialismo e barbarie” (1987) e concerti incandescenti, dalla teatralità impressionante, che riempivano persino i palasport.  Al centro di tutto però c’era lui, Giovanni Lindo Ferretti, il carismatico cantante/declamatore, autore di testi immaginifici, politici in senso lato, capaci di leggere e interpretare un malessere non solo generazionale. Finiti i CCCP, sono arrivati gli intensi CSI e poi gli assai meno interessanti PGR, che videro Ferretti trasformato in una sorta di guru del rock nazionale, più adorato che ascoltato veramente. Dopo il ridimensionamento e infine lo scioglimento dei PGR, il Nostro ha condotto una vita ritirata sull’Appennino emiliano, con la sua famiglia e i suoi cavalli, interrotta dalla pubblicazione per Mondadori di alcuni libri autobiografici e poetici (“Reduce”, 2006, “Bella gente d’Appennino”, 2009 e “Barbarico”, 2013) e da dichiarazioni e interventi pubblici bollati come conservatori e tradizionalisti (o peggio) da quei fan meno aperti che, probabilmente, non avevano mai ascoltato bene i suoi testi. Non sono, poi, mancati progetti poco catalogabili come “Saga. Il canto dei canti” (un vero e proprio teatro equestre), recital per voce e violino dei suoi libri e soprattutto –  anche se non frequentissime –  le esibizioni live, svoltesi con una formula che Ferretti ha battezzato “A cuor contento”, per sottolineare la sua ritrovata serenità dopo il fallimento esistenziale della fase punk e ribelle della sua vita. Accompagnato da Ezio Bonincelli (violino e chitarra) e Luca Rossi (basso, chitarra, batteria elettronica), in passato membri degli effervescenti Üstmamò, sono anni che ripropone brani della sua intera carriera, modificando a seconda delle occasioni la scaletta. Vedere dal vivo oggi Ferretti è sempre stimolante, anche per chi non è richiamato dalla nostalgia e dal desiderio di rivivere le emozioni dei tempi dei CCCP per alcuni o dei CSI e  PGR per altri. Lo si è  visto il 6 aprile, all’Hiroshima Mon Amour di Torino, dove ha riunito un folto pubblico di vecchi e nuovi fan e ha offerto uno show notevole, mostrando un’energia e una forza vocale invidiabili in un artista comunque 64enne.Rispetto alla versione di “A cuor contento” vista qualche anno fa (ad esempio a Saluzzo, nel giugno del 2011), lo spazio dato ai pezzi dei CCCP è  apparso ora maggiore: la prima parte dell’esibizione era occupato da classici come “Mi ami?”, “Curami”, “Tu menti”, “Per me lo so”, “Annarella” e “Amandoti”, ma anche pezzi meno prevedibili come “And the radio plays”, “Guerra e pace”,  “Tomorrow” di Amanda Lear e soprattutto la deliziosa  “Oh! Battagliero”.Era a quel punto ancora più emozionante la seconda parte del concerto, dove prevaleva il Ferretti disincantato, amaro cantore del tramonto dell’Occidente e dell’impotenza distratta di fronte agli orrori della guerra e del terrorismo e alla perdita di identità collettiva. Se “Radio Kabul” ad un certo punto si trasformava in “Radio Mosul”, portando il pubblico direttamente nella battaglia in corso in Iraq nell’indifferenza dei più, “Cupe vampe”, invece, nel ricordare la guerra in Bosnia e la distruzione della biblioteca di Sarajevo, appariva ancora di più una profezia dei tempi difficili che stiamo vivendo. E poi “Del mondo”, “Depressione caspica”, “Brace”, “Barbaro”, fino al finale con una versione strepitosa di “Emilia paranoica” e poi “Spara Jurij”, tutti capitoli di un racconto unitario senza lieto fine che, visto anche solo quel che è capitato negli ultimi giorni a Khan Sheikhun, Stoccolma, Tanta e Alessandria d’Egitto, sembra purtroppo la colonna sonora del nostro mondo “debole e vecchio”.

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